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The Beatles – “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” [Recensione]

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The Beatles – “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” [Recensione]

Nel 1966 durante un volo di ritorno dall’America, Paul McCartney e il manager e amico dei Beatles, Mal Evans, stanno pranzando.
Dopo una serie di battute varie, McCartney inizia a giocare con le boccette con sale e pepe chiamando quest’ultimo Sergeant Pepper.
Uscì poi fuori il nome della Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ossia la band del sergente.
Questo nome ironizzava molto secondo il “beatle” le nuovo band californiane con nomi lunghi e ridicoli che stavano comparendo all’epoca, che così facendo volevano crearsi una reputazione e che magari non avevano una vera identità musicale. Questa band fu immaginata come un complesso di ottoni di epoca vittoriana; composta da uomini soli, senza ancora aver trovato amore.


Ci sono versioni discordanti su questo viaggio. Secondo alcuni McCartney dopo un mese di vacanze solitarie nella Francia rurale, durante una pausa lavorativa, si fece raggiungere da Evans per poi volare in Kenya per un altro paio di settimane e al ritorno ideare questo nome. A noi comunque poco importa da dove provenisse questo volo. Ci importa più sapere che questa vacanza “rigenerativa” portò ad un’idea musicalmente innovativa.

 

Un “Concept Album”, la copertina, la costruzione…

Rientrato a Londra, Paul (permettetemi di chiamarli con il loro nome) spiegò subito agli altri “scarafaggi” la sua idea di impersonare la band del sergente e di creare un primo concept album.

In quel periodo si erano iniziati a vedere e sentire i primi concept album, ancora poco comuni tra gli artisti, soprattutto da band pop e rock. Forma che non aveva incuriosito ancora l’Inghilterra, che sarebbe stata sicuramente dispendiosa e forse un po’ forzata e questo lo sapeva George Martin, produttore e amico del gruppo (definito il quinto beatle).

Dopo che Harrison e Lennon mostrarono il loro scetticismo e Ringo Starr si schierò con Paul per questa idea, si decisero tutti, a provare con questo progetto. Tuttavia John specificò che voleva vedere inserite tutte le canzoni già scritte da lui e lo stesso fece George con il suo unico singolo. Così fu.

Per prima cosa i quattro dovettero trovare un’identità ai loro personaggi oltre al sergente, con tanto di costumi di scena. Poi pensarono di trovare un pubblico per loro, così scelsero ognuno dei personaggi che avrebbero voluto ascoltassero la loro musica e i loro concerti. Da qui nacque la copertina, probabilmente la più nota e storica della musica contemporanea.

Non ci dilunghiamo troppo sulla storia di questa copertina, altrimenti ci servirebbe un’altra recensione, e consigliamo però di andare ad informarvi per vostro conto. Nella sostanza i permessi dei produttori e gli accordi ad utilizzare proprie immagini dei vari personaggi furono impresa. Tra le varie figure del pubblico notiamo: Stanlio ed Onlio, Edgar Allan Poe, Karl Marx, William Burroughs, David Livingstone, Albert Einstein e tre noti guru indiani. Queste sono solo alcune delle circa 80 controverse figure presenti in foto. Pubblico vario e stravagante, che secondo i quattro avrebbe apprezzato questo album. Da sottolineare che furono esclusi personaggi come Gesù Cristo e Hitler.

Dopo tutta la preparazione necessaria, quando quasi tutti i testi erano scritti e a meno da un anno dall’uscita del loro ultimo album i quattro di Liverpool entrarono negli studi di registrazione di Abbey Road a Londra il 6 Dicembre del 1966, per uscirvi con tutte le tracce solo a metà Aprile del ’67.

 

I brani, i suoni, la scrittura.

 

Silenzio. Brusio crescente in sala. L’orchestra di colpo inizia a suonare.

La melodia è incalzante e i quattro della band la guidano; nel frattempo Paul inizia con il presentare la band del sergente. Il tutto è rappresentato in maniera simpatica, con l’intenzione di far ridere il pubblico e intrattenerlo per tutta la durata dello spettacolo (l’album). Così comincia Sgt. Pepper’s lonely hearts club band. Questo brano è una eccellente rappresentazione dell’idea di un concept album; l’intenzione è proprio quella di far capire l’unitarietà dei pezzi.

Il suono degli ottoni tra corni francesi e trombe è messo in risalto, e già iniziano a farsi sentire le distorsioni acustiche create dagli innumerevoli microfoni e dagli effetti sonori che nel corso dell’opera saranno amplificate.

La band ci augura buon divertimento ed infine abbiamo la presentazione di Billy Shears (Ringo Starr) il primo della band a portare un pezzo.

Dell’inizio di With a little help from my friends non ci si accorge. Infatti il finale dell’intro è un continuo con la seconda traccia. Questa fu un’altra idea del genio di George Martin che pensò come il “concept” sarebbe stato meglio evidenziato da un corpus unico di pezzi, ossia dove ogni traccia non avesse soluzione di continuità.

Durante l’album, ciò risulta all’orecchio dell’ascoltatore come una metamorfosi continua; tra tonalità, strumenti e ritmi diversi, a volte distanti, che tuttavia ci rimangono simili e naturalmente conseguenti l’uno all’altro.

Venendo al brano, ci teniamo a dire che questo è probabilmente uno dei fiori all’occhiello di questo disco e della storia del gruppo stesso. Scritta da McCartney e Lennon specificatamente per Ringo (che da tradizione canta un brano in ogni album) e della quale quest’ultimo era entusiasta, la traccia è un piccolo inno all’amicizia. Al centro lo stesso Billy che spiega come ricercando l’amore vero in una persona e in tante altre cose nella vita, l’unica cosa di cui ha bisogno per riuscire è un piccolo aiuto dai suoi amici.

Ciò che particolarizza il tutto è la melodia semplice con un messaggio semplice, una musica perfettamente scritta per il testo e i cori giusti

 

 

Viene poi il singolo più noto di quest’opera: Lucy in the sky with diamonds.

Singolo scritto da Lennon e a cui teneva molto. Egli si ispirò alla storia di Alice e alle varie ambientazioni dei romanzi di Lewis Carrol. Tutti gli ambienti fantastici e ricchi di un’estetica unica, fatta di colori e suoni, con animali e vegetazione fantastici. Ritroviamo tutto ciò nel singolo in cui, appunto, in questo mondo alternativo John si immagina questa ragazzina di nome Lucy che vola nel cielo con i diamanti. Probabilmente Lennon ha trovato ispirazione da un disegno del figlio che ritraeva la sua amichetta Lucy ballare tra queste luci.

Non si può dire molto sul testo che è quasi lasciato a libera interpretazione dell’ascoltatore e anzi è stato criticato più volte perché inneggiante all’assunzione di LSD (iniziali del titolo), idea smentita dagli stessi autori. Tuttavia dobbiamo sottolineare come la musica ci trasporti in questo fantastico mondo, accompagnata dalla voce di John resa più stridula nelle strofe dagli effetti sonori e vocali, tutti frutto di ultime tecnologie dell’epoca; l’organo crea atmosfere sognanti che sfociano con l’intro della batteria al ritornello con un rock improvviso.

 

Getting Better e Fixing a Hole in questo punto dell’album denotano quasi una trasformazione nella successione dei singoli, sia per i testi che per la musica.

Il primo singolo nasce da un lampo di genio di Paul a cui venne in mente in studio la frase “it’s getting better” (“sta andando meglio”) per un singolo. Tale frase era usata da Jimmy Nicol (batterista che per un breve periodo sostituì Ringo in malattia) come risposta alle domande degli altri tre scarafaggi durante le prime prove del giovane. Capiamo subito dunque che la canzone vuole esprimere ottimismo e gioia, scherzando sulla giovinezza dei Beatles ai tempi della scuola, come qualche errore grammaticale per far arrabbiare gli insegnanti.

Paul usa un piano elettrico con suoni vivaci e sostenuti e si dice che durante la registrazione George Martin suonasse il piano direttamente pizzicando le corde (c’è chi sostiene con una mazza), mentre per sfumare finale è distinguibile il tamburo indiano di Harrison

“Fixing a hole” è un altro singolo criticato per la credenza che si riferisca ai “buchi” della siringa di eroina. Anche qui Paul ha smentito più volte anche se ammette di aver usato marijuana in quel periodo.

Il brano si riferisce piuttosto alla vita privata del cantante, solitaria e tranquilla, ma in cui comunque c’era bisogno di “riparare crepe” all’occorrenza o dipingere le pareti; non così ovvia metafora della sua mente.

Colpisce fin dalle prime note l’utilizzo del clavicembalo e delle voci raddoppiate per dare un’atmosfera più psichedelica.

 

C’è ora un passaggio metamorfico nell’album con i tre brani She’s leaving home, Being for the benefit of Mr. Kite! e Within you without you. Il primo di questi tratta di una ragazza che fugge di casa (l’abbandono della famiglia da parte dei giovani era tema molto attuale in quegli anni). I genitori si chiedono dove hanno sbagliato dicendo di aver dato tutto alla loro bambina, la canzone è breve ma molto profonda e riflessiva.

Il secondo di questi brani fu scritto da Lennon che trasse ispirazione da una locandina di un circo di epoca vittoriana. Voleva che tutto della canzone ricordasse il l’ambiente circense, la sua magia e la fantasia che scaturisce nello spettatore. Possiamo dire ci sia riuscito.

Queste due tracce sono classificate nel genere “pop barocco” e senza farvi lezioni vi diciamo che lo capirete solo ascoltando. Sono un passaggio, come detto, dal rock psichedelico delle precedenti tracce a singoli differenti. Un esempio è proprio “Within you or without you”.

Brano scritto da Harrison (unico dell’album e secondo finora) e un omaggio alla filosofia indiana, molto cara ai Beatles e a George in particolare. Il messaggio che si vuole far passare è quello dell’amore universale tipicamente induista. Sentiamo classiche sonorità indiane riprodotte con strumenti tipici (il “sitar” ad esempio) suonati da musicisti esperti invitati ad Abbey Road di proposito per ricreare un po’ di misticismo. Sicuramente il brano di più complessa preparazione dell’album.

 

 

Ora c’è un brano “alla McCartney”, ossia ispirato ad un episodio biografico che tratta della vita di gente comune. When I’m sixty-four ha un sound pop tipico degli anni ’50 americani, quando i musical dominavano i botteghini dei cinema. Paul si impersona nel padre che allora aveva appunto 64 anni e il brano sembra quasi un’apologia o meglio un piccolo inno all’anzianità.

Di Lovely Rita diciamo solo che è un singolo dedicato a questa ragazza che sembra sia scomparsa troppo giovane. Se ne parla con un misto di pena e amore. Cercate la vostra interpretazione del testo e capirete. Sottolineiamo la presenza anche in questa traccia dei “cori greci”, presenti in vari singoli. Quasi a volere un controcanto o un dialogo con la voce principale.

 

“Will you still need me, will you still feed me. When I’m sixty-four”

 

Questo climax (o metamorfosi se credete) dell’intera opera, termina con Good morning Good morning. Il brano parla sostanzialmente della noia della quotidianità, della routine e forse della vita di casa. John trasse ispirazione da sit-com e pubblicità di quegli anni, simbolo appunto del tedio di chi passa molto tempo in casa. Scopriremo che queste persone neanche se provassero a partecipare alla mondanità troverebbero molto bene uno svago o una soluzione.

Incredibile l’uso dei fiati come i riconoscibili sax e il corno francese.

 

Dopo un intermezzo che riprende l’intro, quasi a segnalare l’epilogo dello spettacolo, arriviamo al singolo che da molti esperti è considerato quasi estraneo al continuum tematico dell’album: A day in the life.

Ci sarebbe da parlare molto sulla costruzione di questo brano, perfetta congiunzione della creatività di Lennon e McCartney. I due hanno scritto quasi a metà il singolo, che proviene da un’idea da molto nella testa degli “scarafaggi”: spiegare come il mondo può essere visto non fermandosi al realismo e all’oggettività delle cose. Capiamo subito che “A day in the life” vuole essere la nota pessimistica all’ottimismo distintivo di questo album, quasi a ricordarci che comunque la negatività esiste.

Allo studio 1 di Abbey Road sono stati chiamati ben 40 musicisti d’orchestra ad eseguire la melodia, la quale per unire le prime strofe (scritte in tonalità più bassa) alle seconde (tonalità più alta) ha impiegato una progressione ascendente delle scale dei propri strumenti. Il finale molto confuso dove sentiamo fischi e voci casuali è voluto dallo stesso Lennon per sottolineare proprio il caos delle cose, contrapposto all’ordine che noi pensiamo.

Insomma questo è un singolo fuori dal contesto dell’album, ma che rappresenta una delle più grandi composizioni musicali del gruppo, grazie anche al merito di Martin e Evans.

 

“Now they know how many holes it takes to fill the Albert Hall.
I’d love to turn you on

 

Noi vi lasciamo sempre in breve e con poche spiegazioni del perché scegliamo certe opere. Questa volta credo ce ne sia ancora meno bisogno davanti a quello che probabilmente (e non solo per noi) è uno dei più grandi album musicali della storia.

Diversi esperti, artisti ed appassionati dichiarano l’importanza di “Sgt. Pepper e la sua band”.
Bruce Springsteen sostiene che la sua uscita ha cambiato per sempre la concezione de “l’album musicale”. Prima, infatti, questi erano solo raccolte di brani e spesso riunite per comodità. Da adesso l’album verrà concepito come opera unitaria e questo ne è il più grande e riuscito esempio.

Impossibile non ascoltare almeno una volta questo disco dei “Beatles”.

About TheStarmen

Siamo Marco e Alessandro, 21 anni entrambi, ci piace esplorare stili ed epoche diverse, gli artisti più o meno influenti e il contesto in cui esprimono la loro creatività, seguiteci e vi faremo viaggiare tra le stelle..della musica!

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