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Bruce Springsteen – Born to Run [Recensione Completa]

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Bruce Springsteen – Born to Run [Recensione Completa]

Era il 1974 quando Jon Landeau pubblicava un articolo sulle pagine del “The Real Paper” di Boston intitolato “Growing Young with Rock and Roll”, dopo aver partecipato a 2 ore di concerto di un ragazzo magrolino e capelluto all’Harvard Square Theater (Cambridge, Massachusetts). Nell’articolo scriverà “ho visto il futuro del rock and roll e il suo nome è Bruce Springsteen”. Bravo Jon, l’hai vista lunga.

Nell’anno precedente Springsteen aveva già pubblicato due album: “Greetings from Asbury Park” e “The Wild, the Innocent and the E Street Shuffle” riscuotendo recensioni discordanti riguardo la qualità della sua musica.
Il contratto con la Columbia, però, prevedeva un terzo ed ultimo album.
Quindi c’era ancora una freccia nella faretra da poter scoccare, “a last shot” come direbbero gli anglosassoni, con la quale Bruce avrebbe fatto centro nel grande e fantastico bersaglio del rock.

Con “Born to Run” il cantautore del New Jersey, riuscì a esprimere al meglio tutto ciò che voleva trasmettere con la sua musica: la vita di strada, la voglia di rivalsa, e la folle bellezza dell’amore.

Il “making of”

La sfida era quella di conquistare il grande pubblico, superando la figura di semplice performer di nicchia. Come riuscirci? “Dovevo realizzare un disco che incarnasse ciò che poco alla volta avevo dimostrato di saper fare, qualcosa di epico e straordinario, qualcosa di mai sentito prima” scriverà Bruce nella sua autobiografia. Detto fatto.

L’album incarna appieno l’immaginario rock degli anni ’70: una strada, un’auto, una ragazza; niente di più semplice, niente di più meraviglioso.

L’opera è tanto romantica quanto cupa, praticamente ogni canzone tratta di personaggi umili, di paesaggi degradanti, di spettri del passato che ci danno la caccia, di scontri mortali; eppure Bruce riesce ad estrapolarne tutto il romanticismo che queste atmosfere nascondono: “there’s an opera out on the Turnpike, there’s a ballet being fought out in the alley” la metafora perfetta di ciò che voleva esprimere; ossia la bellezza dell’opera e del balletto viene trasposta e riprodotta nelle strade del New Jersey.

Il titolo dell’album però dice altro: la volontà di fuggire da quel tipo di quotidianità, perché “baby this town rips the bones from your back, it’s a death trap, it’s a suicide rap”.

Il corpo

Il “Boss” aveva immaginato l’album come una serie di episodi che si sviluppano nel corso di una giornata e una nottata d’estate. Si apre infatti con il suono mattiniero dell’armonica in “Thunder Road”, proseguendo con la proposta del protagonista ad una ragazza, Mary: partire con lui senza una meta per un viaggio che li avrebbe portati ovunque lontano dalla realtà in cui vivevano.

La canzone prende il via con la chitarra elettrica, grazie alla quale abbiamo l’idea di una corsa frenetica per arrivare al climax, il rullo di tamburi che precede la proposta di cui abbiamo parlato in precedenza: “Heaven’s waiting on down the tracks…ooh come take my hand, we’ll ride out tonight to case the Promise Land”.

L’arco temporale dell’album si chiude con le atmosfere cupe di “Jungleland” che si sviluppano in una notte di violenza e passione.

L’intro del brano è qualcosa di eccezionale, il piano di Roy Bittan, accompagnato dal violino, ci trasportano in un clima magico e tranquillo, dove veniamo a conoscenza dei protagonisti. Uno di questi è “Magic Rat”, che attraversa la città per raggiungere la “Barefoot Girl”, la ragazza di cui è innamorato, per gettarsi in Jungleland, intesa come quel luogo dove amanti si nascondono in angoli oscuri per dar vita al loro amore, dove band si sfidano a colpi di chitarra elettrica nei bar, dove hanno luogo gare di auto e risse tra gang.

Il Boss ci spiega tutto questo nel brano, con un crescendo che ci porta fino al momento in cui i bar chiudono e tutto si spegne. A questo punto si ferma tutto e interviene il sax di Clarence Clemons con una potenza straordinaria e una profondità toccante che ci riporta ai nostri due protagonisti e alla loro storia. Ha così luogo l’espressione totale del loro amore, la melodia si fa più dolce, intima; finché Magic Rat non viene raggiunto e ucciso da un colpo di pistola: l’ambulanza che arriva, la Barefoot Girl che spegne le luci della loro camera. Ora la rabbia di Bruce prende il sopravvento, in un ultima strofa che spiegare sarebbe inutile perciò ve la riportiamo direttamente.

Outside the street’s on fire in a real death waltz.
Between what’s flesh and what’s fantasy,
and the poets down here don’t write nothing at all,
they just stand back and let it all be
”.

Questa strofa rappresenta ogni opera Springsteeniana, caratterizzata da un forte impegno sociale per il ceto medio, per quella stragrande maggioranza della gente che non riesce a raggiungere il proprio sogno. Bruce va con veemenza contro gli artisti che si limitano a celebrare quell’ 1% che ce l’ha fatta, chiudendo gli occhi davanti al mondo reale; non avrebbe mai voltato le spalle alle sue radici, né ora né mai.

 

“Born to Run” si inserisce nel mezzo dell’album, costituendone l’anima. Riprende Thunder Road e ci anticipa Jungleland. La durezza della vita quotidiana, la voglia di scapparne, la ricerca di un posto dove realizzare i propri sogni. Una corsa arrembante e frenetica, la carica di un uomo e una ragazza (Wendy) che non hanno nulla da perdere rincorrendo qualcosa che non conoscono ancora.

 

“baby I’m just a scared and lonely ride
but I gotta know how it feels,
I wanna know if love is wild,
I wanna know if love is real”

Molto frequenti nella canzone e nel disco in generale sono i termini “wanna” e “gotta” (voglio e devo) a sottolineare il prevalere della propria volontà e dell’azione su tutto il resto. La grinta, l’esplosione di energia di Born to Run è unica, la batteria è il motore, la chitarra elettrica l’indole selvaggia dei protagonisti, la tastiera i sogni in testa, il sax, beh, il sax è la magia delle emozioni. Ogni elemento è messo assieme per immergere gli ascoltatori in quella strada del New Jersey, luogo degli avvenimenti.

Sapete il detto: “il viaggio è più importante della meta”? Ecco, Bruce la pensa diversamente, fermo restando che la meta va inseguita, bisogna sempre godersi il presente, l’attimo che stiamo vivendo, perché comunque pieno di emozioni da provare. E quindi mentre possiamo assaggiare il romantico istante “I wanna die with you, Wendy, on the street tonight in an everlasting kiss” (Voglio morire con te, Wendy, sulla strada stanotte in un bacio senza fine) non dobbiamo rimanerne assuefatti. Infatti dopo questo verso che sembrava conclusivo (il classico bacio finale della storia), con la musica che sembra spegnersi, ecco che invece arriva la carica: “one, two, three, four..”, il Boss ci risveglia subito per ricordarci che dobbiamo riprendere la nostra corsa. Il finale, ovviamente ci lascia in sospeso ma il sapore è comunque dolcissimo:

someday girl, I don’t know when we’re gonna get to that place where we really wanna go and we’ll walk in the sun, but ‘till then tramps like us, baby we were born to run”/“un giorno ragazza, non so quando arriveremo nel posto dove vogliamo andare e cammineremo nel sole, ma fino ad allora dei vagabondi come noi, piccola sono nati per correre

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Le membra

Abbiamo parlato delle canzoni-simbolo finora, tuttavia è necessario non tralasciare tutte le altre: “Tenth Avenue Freeze Out”, seconda in scaletta, rappresenta la storia della band, come Bruce nel suo cammino abbia conosciuto i componenti (si dice anche che la Tenth Avenue sia una via perpendicolare alla E-Street). Dalla prima fase di ricerca dei compagni al momento in cui “the Big Man joined the band” inteso come Clarence Clemons, per chiudere con il presagio che insieme avrebbero letteralmente spaccato in due la città.

 “Night”:

Abbiamo già detto come il Boss si occupi del ceto medio, qua entra direttamente nella testa di un ragazzo che lavora in fabbrica, mostrandoci come può vedere la propria vita “You work nine to five and somehow you survive till the night” e una volta che la notte è arrivata, via subito in macchina per gareggiare, per dare una sferzata ad un’anima intorpidita dalla catena di montaggio. In una realtà in cui il giorno offre da vivere al protagonista e la notte gli dà la forza di andare avanti, non c’è spazio per realizzare i propri sogni “sei solo un prigioniero dei tuoi sogni, che tiene duro per la sua vita”.

“She’s the One”:

E’ l’ultima canzone movimentata dell’album, non aspettatevi la canzone sdolcinata che il titolo può suggerire, anzi, è una storia tormentata di un ragazzo che è attratto da una giovane, tanto bella quanto dura emotivamente. Il brano tratta questo rapporto contorto e controverso, con un ritmo che supporta la frenesia delle dinamiche amorose. Notevole l’assolo di sassofono di Clarence, oggi nei concerti sostituito dall’armonica di Bruce dopo la scomparsa del primo.

“Meeting Across the River”:

E’ il preludio a Jungleland, la storia di due ragazzi immischiati in un giro pericoloso, tra gente che non scherza. Entrambi si trovano in un punto di non ritorno, devono riuscire a mettere a segno il colpo altrimenti gli daranno la caccia. La canzone oscilla tra due prospettive: la soddisfazione della riuscita del colpo e la preoccupazione per il suo fallimento. Provvede a rendere tangibile il primo sentimento il piano (dolce e spensierato), per il secondo la tromba, che ci porta nei vicoli del New Jersey, magari sotto la pioggia e con la luce soffusa di un lampione malfunzionante (sì, uno strumento può darci tanti dettagli dell’ambiente).

Come spesso accade nel viaggio della vita, capita di perdere un amico per un’infinità di motivi, qualcuno con cui hai condiviso tanto tra avventure, emozioni e pensieri, lasciando un vuoto difficile da colmare, che ti fa venir voglia di urlare contro un mondo che permette la rovina di un rapporto così autentico.

 

Questo è quanto accade in “Backstreets”, dove Bruce racconta la sua amicizia con “Terry” (ricondotto da alcuni a Terry Magovern, suo ormai defunto assistente) nel periodo in cui letteralmente viveva sulla spiaggia provando a diventare qualcuno:“Trying to learn how to walk like the heroes we thought we had to be”; tra serate scatenate e momenti di depresso realismo in cui confidarsi l’un l’altro era l’unica cura possibile. Poi purtroppo la fine, la rabbia che emerge e fa urlare ripetutamente il Boss dopo che “Well after all this time to find we’re just like all the rest”.

Conclusione

La grandezza di questo album è difficile da spiegare a parole, perché risiede nella capacità del Boss di entrarci dentro. Come ci riesce? Semplice, permettendo a noi di entrare nella sua vita, e, nello specifico di “Born to Run”, nel periodo giovanile che tratta.

Bruce canta la sua storia, tanto autentica quanto spettacolare, ma è una storia che appartiene a tutti noi, e di fronte alla quale ci troviamo ogni giorno rivedendo una situazione, o un dettaglio, o un logo, o una persona descritti nell’album.
Spesso ascoltandolo ci dà l’impressione che lui ci conosca meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Ci abbraccia e ci accompagna per la nostra Thunder Road, come fosse la colonna sonora del film della nostra vita. Tutto ciò che chiede agli ascoltatori è l’impegno, nel non essere superficiali, nel capire i suoi testi a fondo, non accontentandoci della musica (per quanto piacevole possa essere) e permettendogli così di diventare il nostro compagno di viaggio.

“Born to Run” non va ascoltato, va vissuto per capire quanto grande sia.

About TheStarmen

Siamo Marco e Alessandro, 21 anni entrambi, ci piace esplorare stili ed epoche diverse, gli artisti più o meno influenti e il contesto in cui esprimono la loro creatività, seguiteci e vi faremo viaggiare tra le stelle..della musica!

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